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#101 |
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Graphic Guru
Data di registrazione: Nov 2006
Ubicazione: pesaro, italy
Messaggi: 1,788
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Io avevo risposto.... E' sparita la risposta......
Annebbiato da chissà quale sostanza psicotropa, ho sbagliato a cliccare.... vabbè amen......E adesso? mi tocca riscrivere tutto!? Comunque li libro mi pare interessante, mi stuzzica.... Come intenti e consigli mi ricorda qualcvosina di Gombrich, e visto che sto facendo il mio percorso ......Bravo Xavier.....!!!!!
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.:: mELO ::. "Quod huic deest me torquet" "...Ille potens sui laetusque deget cui licet in diem dixisse Vixi..." (Orazio) "Non sarà la paura della follia a costringerci a tenere a mezz'asta la bandiera dell'immaginazione" (Blake/Paz) // www.lucameloni.com // |
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#102 |
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Novizio Delirante
Data di registrazione: Nov 2007
Messaggi: 372
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Du-de dum... firulììì firulàà...
Ben strano concetto, quello di tolleranza. Recita il dizionario: «Capacità di resistere a condizioni sfavorevoli senza subirne danno». I linguaggi mediatici e, di riflesso, i linguaggi quotidianamente condivisi, ci abituano all’uso della parola tolleranza nel campo semantico dell’immigrazione. E non v’è alcuno che, sentendola, la avverta carica di connotazione negativa. Eppure, alla lettera, essa ci parla degli stranieri come di una forza minacciosa da sopportare e superare. Questa tolleranza non supera la scissione, non risana la frattura razzista tra «noi» e «loro». L’incontro tra culture diverse, la commistione di saperi e tendenze millenari, la creazione comune di una civiltà figlia di quelle immense risorse; questo uno – forse il più permeato e allegorico – dei motivi di Altai, ultima fatica collettiva della Wu Ming Foundation. Un motivo che prende il nome di tahammül e non è certo un caso se proprio quel nome era il titolo provvisorio del nuovo romanzo. La parola turca è di difficile traduzione, sfuma tra tolleranza e pazienza ma «con una connotazione – spiega Wu Ming 5 – che suggerisce che niente è un pericolo se la società in cui è calato non lo considera un pericolo». Proprio perché spiegare tahammül con una definizione è difficile, il protagonista di Altai ne imparerà il significato con una metafora edile che racchiude in sé la realtà della Istanbul dell’epoca – seconda metà del 1500: il carpentiere turco sa bene che la casa che vuole costruire crollerà se non sarà frutto della convivenza e collaborazione con gli armeni, con i greci, con gli arabi. Tollerarsi, allora, non basta. Ecco l’allegoria che si riversa sulla contemporaneità come un’onda lunga dal passato, la potenza della nuova storia a cavallo della Storia firmata dalla band letteraria bolognese. Ma Altai non è soltanto questo. È innanzitutto una vicenda avvincente e matura. È l’ennesima prova di scrittura eccellente dei Nostri, se mai ci fossero dubbi. Ed è il ritorno sulle tracce del primo romanzo Q senza esserne il seguito; si direbbe piuttosto che, collocando l’incipit dei fatti quindici anni dopo le conclusioni di Q, i Wu Ming stiano tornando a fare i conti con se stessi, dopo dieci anni così densi, il dibattito sul New Italian Epic, la perdita di uno dei componenti del gruppo. E anche la scelta di un eroe come Emanuele De Zante, ebreo in incognito a Venezia che fuggirà a Istanbul e riprenderà il nome di Manuel Cardoso, è un ritorno sulla propria opera e un superamento di essa e del suo protagonista. Se quello – che ritroveremo in Altai nella parte del saggio Ismail – era un eroe senza passato e, quindi, senza conti da sistemare con se stesso, questo ha invece alle spalle genitori, amici e segreti da nascondere e la sua storia trascorsa è la fonte della storia a venire. Quella che lo porterà al fianco di Yossef Nasi, l’ebreo che i Veneziani consideravano il loro peggior nemico e che sognava di strappare Cipro dal loro dominio e di crearvi una nazione per gli ebrei di tutto il mondo. Tra intrighi di palazzo, amicizie che si rinsaldano dopo essere state sul punto di spezzarsi, donne che svolgono insospettabili ruoli decisivi, il sogno di Nasi conquista Manuel che dovrà trovarsi di fronte all’orrore puro per comprendere quanto la sua razionalità e il suo intuito fossero stati travolti.
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L’amore, anche l’amore, come lo specchio e la morte, placa l’utopia del vostro corpo, la fa tacere, la calma, l’imprigiona come in una scatola, la chiude e la sigilla. È per questo che l’amore è un parente così stretto dell’illusione dello specchio e della minaccia della morte; e se, nonostante queste due figure pericolose che lo circondano, ci piace tanto fare l’amore, è perché nell’amore il corpo è qui. M. Foucault OMNIA SUNT COMMUNIA |
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#103 | |
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Delirante
Data di registrazione: Sep 2007
Messaggi: 1,202
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Fa finta di niente...nasconde qualcosa
Quote:
Io, quando ho saputo che in qualche parte del mondo per annuire si inclina la testa a destra e a sinistra, ho pensato che fosse una cosa ridicola. Mi vien da ridere anche se non c'è un motivo valido per ritenere che inclinare la testa di lato come fa questa gente sia più stupido che oscillarla in avanti e indietro come facciamo noi. Credo che smetterei di ritenerla una cosa strana solo abituandomi ad avere a che fare abitualmente con qualcuno che, per dirmi di si, mi guarda scuotendo la testa di lato. Prima o poi finirei per trovarla una cosa normale.....la commistione di saperi e tendenze millenari forse passa da colpi di testa ![]()
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Bisogna avere in sè il caos per partorire una stella che danzi (F. Nietzsche) |
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#104 |
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Graphic Guru
Data di registrazione: Nov 2006
Ubicazione: pesaro, italy
Messaggi: 1,788
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Basta tolleranza! E' ora di finirla!
Bombeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeee! Dov'è il mio cappellino....?!? E cominciamo dal fare le pulizie in casa!!!!! Liberiamo un pò di poltrone, facciamo spazio!!!!!! Basta tolleranzaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaa!!!!!!! Colpi di testa, e colpi di bombe!
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#105 |
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Novizio Delirante
Data di registrazione: Nov 2007
Messaggi: 372
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Pop filosofia. E subito si crea l’ondivaga sensazione di starsene a metà tra un ossimoro e un orizzonte concreto. Come non pensare, per un istante almeno: possibile? una disciplina così rigorosa, aulica e dedita alla disquisizione sui massimi sistemi accostata alla cultura pop? Sembra già di vedere le sopracciglia parruccone che si inarcano e le narici accademiche che si storcono. Proprio questa diffidenza, tutt’altro che effimera e, anzi, assai radicata proprio negli ambienti degli autoproclamatisi addetti ai lavori, è ciò che si propone di scardinare questo bel lavoro curato da Simone Regazzoni. Docente – quindi accademico controcorrente? – di Filosofia delle Arti Visive alla Cattolica di Milano, Regazzoni ha raccolto 11 saggi di scrittori e filosofi italiani dedicati ognuno ad un’opera popular contemporanea. Si comincia con uno studio di Neon genesis evangelion, serie animata giapponese tanto particolare da meritarsi un commento che parafrasa il sottotitolo nietzscheano di Così parlo Zarathustra: un anime per tutti e per nessuno. Si passa poi al cinema, prima con Wu Ming 1 e la sua veemente analisi di 300 – fumetto di Frank Miller reso una pellicola per mano di Zack Snyder – un testo già noto a chi aveva seguito il dibattito sul New Italian Epic; segue proprio Regazzoni che si concentra sul western Il mucchio selvaggio di Sam Peckinpah. Dopo la sezione delle graphic novel, in cui Girolamo De Michele e Francesco Vitale ci parlano l’uno di Watchmen e l’altro di Asterios Polyp, il testo This is it mostra l’identità cristologica che ha caratterizzato la figura del Re del Pop, Michael Jackson. Una vibrante riflessione sulla funzione della violenza come forza creatrice di potere e di storia è il saggio di Lorenzo Fabbri, che muove dal Romanzo Criminale di Massimo de Cataldo. Immaginario, comunicazione e pubblicità sono, nell’apertura dell’ultima area, la televisione, al centro dell’attenzione: si parla infatti della serie Mad Men che prende il nome da Madison Avenue, da sempre il simbolo della creatività pubblicitaria in quanto fu sede delle più importanti agenzie del settore. Gli ultimi tre contributi sono dedicati rispettivamente a Jade Goody – famosa partecipante al Grande Fratello britannico, poi deceduta per malattia – alla mini-serie Il Regno creata da Lars Von Trier e all’erotica che pervade il celebre Sex and the city. Pop Filosofia a cura di Simone Regazzoni il melangolo € 15,00
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L’amore, anche l’amore, come lo specchio e la morte, placa l’utopia del vostro corpo, la fa tacere, la calma, l’imprigiona come in una scatola, la chiude e la sigilla. È per questo che l’amore è un parente così stretto dell’illusione dello specchio e della minaccia della morte; e se, nonostante queste due figure pericolose che lo circondano, ci piace tanto fare l’amore, è perché nell’amore il corpo è qui. M. Foucault OMNIA SUNT COMMUNIA |
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#106 |
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Administrator
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ciao xav!!! sei mancato... grazie per la recensione e sempre w la vita!
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#107 |
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Novizio Delirante
Data di registrazione: Nov 2007
Messaggi: 372
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Grazie Scrittore. Credo che gli omaggi di questi giorni, tributati dai media nazionali in occasione della sua scomparsa, manchino José Saramago, non lo trovino mai laddove le loro parole cercano di raffigurarlo, forse per l’eccessiva ansia di tratteggiarne un’immagine eroica. Saramago era certamente il premio Nobel impegnato politicamente, membro del partito comunista e critico pensatore del sociale. Certo era l’ateo che diede alle stampe opere sgradite alla Chiesa e attaccò l’immunità e l’impunità di Israele. Indubbiamente fu colui che subì la rottura del decennale rapporto con Einaudi in seguito alle sue righe su Silvio Berlusconi così come entrò in conflitto con il governo portoghese dopo il Vangelo secondo Gesù Cristo. Ma José Saramago era uno scrittore. E proprio dalle pagine del Vangelo emerge – con una potenza eguagliata forse solo in Cecità – quanto fenomenale. José Saramago Il Vangelo secondo Gesù Cristo Feltrinelli € 9,50
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L’amore, anche l’amore, come lo specchio e la morte, placa l’utopia del vostro corpo, la fa tacere, la calma, l’imprigiona come in una scatola, la chiude e la sigilla. È per questo che l’amore è un parente così stretto dell’illusione dello specchio e della minaccia della morte; e se, nonostante queste due figure pericolose che lo circondano, ci piace tanto fare l’amore, è perché nell’amore il corpo è qui. M. Foucault OMNIA SUNT COMMUNIA |
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