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Vecchio 30th December 2009   #101
Melo
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Io avevo risposto.... E' sparita la risposta......
Annebbiato da chissà quale sostanza psicotropa, ho sbagliato a cliccare.... vabbè amen......
E adesso? mi tocca riscrivere tutto!?

Comunque li libro mi pare interessante, mi stuzzica.... Come intenti e consigli mi ricorda qualcvosina di Gombrich, e visto che sto facendo il mio percorso ......

Bravo Xavier.....!!!!!
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"Quod huic deest me torquet"
"...Ille potens sui laetusque deget cui licet in diem dixisse Vixi..." (Orazio)
"Non sarà la paura della follia a costringerci a tenere a mezz'asta la bandiera dell'immaginazione" (Blake/Paz)
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Vecchio 22nd February 2010   #102
Xavier
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Du-de dum... firulììì firulàà...
Ben strano concetto, quello di tolleranza. Recita il dizionario: «Capacità di resistere a condizioni sfavorevoli senza subirne danno». I linguaggi mediatici e, di riflesso, i linguaggi quotidianamente condivisi, ci abituano all’uso della parola tolleranza nel campo semantico dell’immigrazione. E non v’è alcuno che, sentendola, la avverta carica di connotazione negativa. Eppure, alla lettera, essa ci parla degli stranieri come di una forza minacciosa da sopportare e superare. Questa tolleranza non supera la scissione, non risana la frattura razzista tra «noi» e «loro». L’incontro tra culture diverse, la commistione di saperi e tendenze millenari, la creazione comune di una civiltà figlia di quelle immense risorse; questo uno – forse il più permeato e allegorico – dei motivi di Altai, ultima fatica collettiva della Wu Ming Foundation. Un motivo che prende il nome di tahammül e non è certo un caso se proprio quel nome era il titolo provvisorio del nuovo romanzo. La parola turca è di difficile traduzione, sfuma tra tolleranza e pazienza ma «con una connotazione – spiega Wu Ming 5 – che suggerisce che niente è un pericolo se la società in cui è calato non lo considera un pericolo». Proprio perché spiegare tahammül con una definizione è difficile, il protagonista di Altai ne imparerà il significato con una metafora edile che racchiude in sé la realtà della Istanbul dell’epoca – seconda metà del 1500: il carpentiere turco sa bene che la casa che vuole costruire crollerà se non sarà frutto della convivenza e collaborazione con gli armeni, con i greci, con gli arabi. Tollerarsi, allora, non basta. Ecco l’allegoria che si riversa sulla contemporaneità come un’onda lunga dal passato, la potenza della nuova storia a cavallo della Storia firmata dalla band letteraria bolognese. Ma Altai non è soltanto questo. È innanzitutto una vicenda avvincente e matura. È l’ennesima prova di scrittura eccellente dei Nostri, se mai ci fossero dubbi. Ed è il ritorno sulle tracce del primo romanzo Q senza esserne il seguito; si direbbe piuttosto che, collocando l’incipit dei fatti quindici anni dopo le conclusioni di Q, i Wu Ming stiano tornando a fare i conti con se stessi, dopo dieci anni così densi, il dibattito sul New Italian Epic, la perdita di uno dei componenti del gruppo. E anche la scelta di un eroe come Emanuele De Zante, ebreo in incognito a Venezia che fuggirà a Istanbul e riprenderà il nome di Manuel Cardoso, è un ritorno sulla propria opera e un superamento di essa e del suo protagonista. Se quello – che ritroveremo in Altai nella parte del saggio Ismail – era un eroe senza passato e, quindi, senza conti da sistemare con se stesso, questo ha invece alle spalle genitori, amici e segreti da nascondere e la sua storia trascorsa è la fonte della storia a venire. Quella che lo porterà al fianco di Yossef Nasi, l’ebreo che i Veneziani consideravano il loro peggior nemico e che sognava di strappare Cipro dal loro dominio e di crearvi una nazione per gli ebrei di tutto il mondo. Tra intrighi di palazzo, amicizie che si rinsaldano dopo essere state sul punto di spezzarsi, donne che svolgono insospettabili ruoli decisivi, il sogno di Nasi conquista Manuel che dovrà trovarsi di fronte all’orrore puro per comprendere quanto la sua razionalità e il suo intuito fossero stati travolti.
Come già fu con Manituana, prezioso il bagaglio di contenuti aggiuntivi che i Wu Ming gestiscono continuamente su www.wumingfoundation.com, nella sezione dedicata ad Altai.

Wu Ming
Altai
Einaudi
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L’amore, anche l’amore, come lo specchio e la morte, placa l’utopia del vostro corpo, la fa tacere, la calma, l’imprigiona come in una scatola, la chiude e la sigilla. È per questo che l’amore è un parente così stretto dell’illusione dello specchio e della minaccia della morte; e se, nonostante queste due figure pericolose che lo circondano, ci piace tanto fare l’amore, è perché nell’amore il corpo è qui.

M. Foucault

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Vecchio 23rd February 2010   #103
hurricane
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Du-de dum... firulììì firulàà..
Fa finta di niente...nasconde qualcosa

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Questa tolleranza non supera la scissione, non risana la frattura razzista tra «noi» e «loro».
Il concetto di "tolleranza" è frutto di un etnocentrismo che nemmeno la ragione riesce a sradicare, per quanto uno si impegni.
Io, quando ho saputo che in qualche parte del mondo per annuire si inclina la testa a destra e a sinistra, ho pensato che fosse una cosa ridicola.
Mi vien da ridere anche se non c'è un motivo valido per ritenere che inclinare la testa di lato come fa questa gente sia più stupido che oscillarla in avanti e indietro come facciamo noi.
Credo che smetterei di ritenerla una cosa strana solo abituandomi ad avere a che fare abitualmente con qualcuno che, per dirmi di si, mi guarda scuotendo la testa di lato.
Prima o poi finirei per trovarla una cosa normale.....la commistione di saperi e tendenze millenari forse passa da colpi di testa
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Bisogna avere in sè il caos per partorire una stella che danzi (F. Nietzsche)
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Vecchio 24th February 2010   #104
Melo
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Exclamation

Basta tolleranza! E' ora di finirla!
Bombeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeee!
Dov'è il mio cappellino....?!?

E cominciamo dal fare le pulizie in casa!!!!!
Liberiamo un pò di poltrone, facciamo spazio!!!!!!

Basta tolleranzaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaa!!!!!!!

Colpi di testa, e colpi di bombe!
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Vecchio 19th May 2010   #105
Xavier
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Pop filosofia. E subito si crea l’ondivaga sensazione di starsene a metà tra un ossimoro e un orizzonte concreto. Come non pensare, per un istante almeno: possibile? una disciplina così rigorosa, aulica e dedita alla disquisizione sui massimi sistemi accostata alla cultura pop? Sembra già di vedere le sopracciglia parruccone che si inarcano e le narici accademiche che si storcono. Proprio questa diffidenza, tutt’altro che effimera e, anzi, assai radicata proprio negli ambienti degli autoproclamatisi addetti ai lavori, è ciò che si propone di scardinare questo bel lavoro curato da Simone Regazzoni. Docente – quindi accademico controcorrente? – di Filosofia delle Arti Visive alla Cattolica di Milano, Regazzoni ha raccolto 11 saggi di scrittori e filosofi italiani dedicati ognuno ad un’opera popular contemporanea. Si comincia con uno studio di Neon genesis evangelion, serie animata giapponese tanto particolare da meritarsi un commento che parafrasa il sottotitolo nietzscheano di Così parlo Zarathustra: un anime per tutti e per nessuno. Si passa poi al cinema, prima con Wu Ming 1 e la sua veemente analisi di 300 – fumetto di Frank Miller reso una pellicola per mano di Zack Snyder – un testo già noto a chi aveva seguito il dibattito sul New Italian Epic; segue proprio Regazzoni che si concentra sul western Il mucchio selvaggio di Sam Peckinpah. Dopo la sezione delle graphic novel, in cui Girolamo De Michele e Francesco Vitale ci parlano l’uno di Watchmen e l’altro di Asterios Polyp, il testo This is it mostra l’identità cristologica che ha caratterizzato la figura del Re del Pop, Michael Jackson. Una vibrante riflessione sulla funzione della violenza come forza creatrice di potere e di storia è il saggio di Lorenzo Fabbri, che muove dal Romanzo Criminale di Massimo de Cataldo. Immaginario, comunicazione e pubblicità sono, nell’apertura dell’ultima area, la televisione, al centro dell’attenzione: si parla infatti della serie Mad Men che prende il nome da Madison Avenue, da sempre il simbolo della creatività pubblicitaria in quanto fu sede delle più importanti agenzie del settore. Gli ultimi tre contributi sono dedicati rispettivamente a Jade Goody – famosa partecipante al Grande Fratello britannico, poi deceduta per malattia – alla mini-serie Il Regno creata da Lars Von Trier e all’erotica che pervade il celebre Sex and the city.
Undici diversi modi di affrontare la filosofia, sia perché dovuti ai diversi autori, soprattutto perché altrettanti sono i differenti punti di vista offerti dalle opere cui si riferiscono. Un modo di filosofare che, lungi dall’essere un mero gioco o un guardarsi allo specchio, diventa un impegno fondamentale e necessario se è vero, come è vero, che le opere pop sono i frutti di estetiche contemporanee che riflettono le essenze della stessa società che li genera. Tentare di comprendere come e perché tali riflessi funzionino è compito della filosofia, che diventa – o torna ad essere? – pop, mentre ignorarli significa ignorare la realtà. Che, come ci dice Regazzoni nel prologo, non è affatto univoca, bensì «esiste una molteplicità aperta di mondi interconnessi alla cui produzione e al cui conflitto […] partecipano, essenzialmente, i mezzi di comunicazione e la cultura di massa. La filosofia si trova immersa in questi mondi. E deve prendere parte attiva alla loro trasformazione».

Pop Filosofia
a cura di Simone Regazzoni
il melangolo
€ 15,00
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Vecchio 24th May 2010   #106
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ciao xav!!! sei mancato... grazie per la recensione e sempre w la vita!
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Vecchio 19th June 2010   #107
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Grazie Scrittore. Credo che gli omaggi di questi giorni, tributati dai media nazionali in occasione della sua scomparsa, manchino José Saramago, non lo trovino mai laddove le loro parole cercano di raffigurarlo, forse per l’eccessiva ansia di tratteggiarne un’immagine eroica. Saramago era certamente il premio Nobel impegnato politicamente, membro del partito comunista e critico pensatore del sociale. Certo era l’ateo che diede alle stampe opere sgradite alla Chiesa e attaccò l’immunità e l’impunità di Israele. Indubbiamente fu colui che subì la rottura del decennale rapporto con Einaudi in seguito alle sue righe su Silvio Berlusconi così come entrò in conflitto con il governo portoghese dopo il Vangelo secondo Gesù Cristo. Ma José Saramago era uno scrittore. E proprio dalle pagine del Vangelo emerge – con una potenza eguagliata forse solo in Cecità – quanto fenomenale.
La figura dello scrittore è esile, il suo volto è segnato dalla vita che si è fatta strada a solchi, l’incavo dei suoi occhi si accende ora dei lampi dell’indignazione, che non transige però rassegnazione alcuna, ora dell’irriducibile amore per il mondo e per la parola. Questa è la protagonista.
Parola, oggetto creato e soggetto creatore, sempre sulla soglia vertiginosa della prossima sperimentazione e tuttavia mai a discapito, piuttosto in virtù, della sua riconoscibilità, dell’intimità con il lettore. Parola, linguaggio che è discorso, il segno orale così vivido e carnale – la parola del Signore – da non necessitare di segni grafici che lo delimitino o lo incanalino. Parola, quelle delle Scritture, riscritta qui tutt’altro che con l’intento schernitorio di un’eresia banale ma col desiderio, piuttosto, di squarciare il velo secolare che ha allontanato quella Parola da colui di cui parla, dal Figlio dell’uomo.
E proprio come un uomo Gesù è raccontato: incarnato secondo il mistero, fatto uomo per essere strumento del progetto divino, eppure essere umano che si sporca le mani di terra, che guarda negli occhi i suoi prossimi, che desidera, teme la sofferenza e ha paura di morire. Gesù suda, sanguina, gode. Ecce homo.
Gesù è il figlio di Dio ma non vorrebbe questa elezione. Le sue parole e i suoi atti sono doni che alleviano le sofferenze del popolo, ma sono altre parole, quelle del Padre, che gli confermano il suo destino: il suo nome è la parola decisiva. I miracoli di cui è portatore sono dispositivi per raccogliere la massa sotto il suo nome e creare il mito iniziatico per una storia – quella della Chiesa cristiana – di sofferenze, di guerre, di innumerevoli morti in nome suo. Gesù cercherà di sfatare questo destino, di zittire la Parola, ma capirà solo nel momento estremo che tutto il suo affannarsi in preda all’angoscia era stato solo un inutile tentativo di fuga, ingenuo e fatale come quello di ogni uomo.
Peggio, il suo piano in rincorsa di una morte che lo sollevi dal suo incarico si risolve proprio nel compimento dell’iniziazione. È Gesù stesso a consegnarsi, spontaneamente quanto disperatamente, al rito sacrificale e il mito della Croce si erge, lasciandogli giusto il tempo per un ultima preghiera: «Uomini, perdonatelo, perché non sa quello che ha fatto».
Nelle parole di questo prezioso racconto c’è lo Scrittore delicato e furente che ora non c’è più. Grazie José.

José Saramago
Il Vangelo secondo Gesù Cristo
Feltrinelli
€ 9,50
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